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Durata: 12.16 min
Regia: Amin Nour e Pietro Tamaro
Paese d’origine: Italia
Anno: 2012
Lingua: italiano
Genere: fiction
Età consigliata: 14 – 18 anni

 

Parole chiave

Sinossi

Il corto mostra, attraverso episodi di vita quotidiana ambientati in un locale romano frequentato da giovani, i modi più diversi per esprimere e descrivere le diverse appartenenze che caratterizzano la nostra vita e quella degli altri. Viene enfatizzata la dimensione del linguaggio come veicolo dell’incontro e occasione di conoscenza, ma anche del possibile fraintendimento e del rischio di costruire categorie e di far circolare letture pregiudizievoli e distorte del reale.

Premessa

In questo cortometraggio sono condensati molti dei pregiudizi e degli stereotipi circolanti nel linguaggio comune. I dialoghi mostrano i meccanismi propri della rappresentazione stereotipata dei gruppi, ovvero di quella contrapposizione schematica che, attribuendo caratteristiche fisse agli “altri”, prova a mettere ordine alla complessità del mondo, “guadagnando”, contemporaneamente, una propria identità contrapposta a quella altrui.

Tracce di discussione

La discussione sul film può aiutare gli studenti ad approfondire il tema degli stereotipi e dell’utilizzo di un linguaggio rispettoso e non discriminante.
– Quali sono gli stereotipi più comuni che si usano nei confronti di un gruppo a cui vi sentite di appartenere (città, regione, popolo, tifoseria ecc.)? Cosa ne pensate? Cosa provate quando sentite che vi vengono attribuite delle caratteristiche che non possedete? E quando riducono la vostra personalità ad un’unica caratteristica? Siete mai stati offesi da qualcuno? Cosa avete provato?
– Pensate alle espressioni utilizzate nei dialoghi del corto e pensate alla vostra esperienza quotidiana. Quali sono secondo voi le espressioni che possono risultare offensive? Perché? Quali aspetti della vita delle persone vengono principalmente presi di mira?
Riflettete con i ragazzi sui diversi stereotipi che riguardano la diversità, la religione, il genere, l’orientamento sessuale, la disabilità ecc. Per aiutare gli studenti a riflettere sull’uso delle parole potete fare riferimento alla guida Parlare Civile di Redattore Sociale (www.parlarecivile.it) : “Le parole possono essere muri o ponti. Possono creare distanza o aiutare la comprensione dei problemi. Le stesse parole usate in contesti diversi possono essere appropriate, confondere o addirittura offendere. Quando si comunica occorre però precisione, bisogna avere consapevolezza del significato, del peso delle parole. Non è facile, perché il tempo è sempre poco, perché viviamo nella nostra cultura, perché il senso e la percezione delle parole si evolvono continuamente. Non è facile, ma è necessario per ‘parlare civile’. E anche per non usare un linguaggio ‘razzista e xenofobo’, che ‘prende di mira neri, africani, rom, romeni, richiedenti asilo e immigrati in generale’, con dichiarazioni che ‘in certi casi hanno provocato atti di violenza contro questi gruppi’, come è scritto riguardo l’Italia nel rapporto 2012 della Commissione contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) del Consiglio d’Europa”.

Per approfondire

GIOCO DELLA GUIDA
10. Giocare con le immagini
13. Parole che feriscono

CONSIGLIO DI LETTURA
Scontro di civiltà per un ascensore in Piazza Vittorio, Amara Lakhous, e/o, 2006
Divorzio all’islamica in viale Marconi, Amara Lakhous, e/o, 2010

Consigliati da Alessandra Tedesco

CONSIGLIO DI VISIONE
La schivata, Abdel Kechiche, 2005

GLOSSARIO: RAZZA

Le origini della parola italiana razza sono state discusse a lungo dai linguisti ed è prevalsa l’opinione che il vocabolo derivi dal termine del francese medievale haràz,haràs che significava allevamento di cavalli, in particolare stalloni selezionati.

Inizialmente quindi con razza, nella nostra lingua, ci si riferiva al mondo animale e vegetale, indicando, all’interno di una stessa specie, un determinato gruppo caratterizzato da tratti comuni che restano inalterati in generazioni successive. Ancora oggi parliamo di razze di galline, di cani e di gatti o di patate e di rose e distinguiamo, fra le razze bovine, quelle da carne e da latte, così come, fra quelle ovine, troviamo ad esempio le razze da lana.

Assai presto, tuttavia, si è passati a usare il termine con un valore più ampio, quello di discendenza, stirpe, non solo di animali, ma anche di uomini; quindi razza ha potuto indicare anche una famiglia nel senso di successione di generazioni. Con questa intenzione diciamo, nel linguaggio di tutti i giorni, che una persona è “di razza malaticcia” oppure che la nostra famiglia è sempre stata “una razza di persone oneste”. E addirittura possiamo arrivare, per insultare qualcuno, a chiamarlo “razza di cretino”.

Con il diffondersi nell’Ottocento di una concezione del mondo di tipo positivistico, la divisione in razze è stata estesa all’intera umanità, basandosi su elementi come l’aspetto esteriore o il patrimonio genetico. A partire dalla fine del secolo scorso, si è cominciato a distinguere i vari popoli della terra a seconda delle presunte razze di appartenenza.

Quel che è peggio è che si sono collegati i concetti di razza e di cultura sostenendo un’ipotetica superiorità dei popoli di cultura occidentale, in quanto razze superiori, rispetto alle altre, considerate inferiori perché di tradizioni più o meno primitive. In realtà, i concetti di razza e di cultura sono assolutamente estranei tra di loro.

La scienza attuale ha messo fortemente in discussione il concetto di razza in riferimento agli esseri umani  e quelle che in passato erano comunemente definite “razze” – come la bianca, la nera o l’asiatica – sono definite “tipi umani”, “etnie” o “popolazioni”. Nessuno di questi termini comprende, né ragionevolmente potrebbe, un’accezione associata a scopi discriminatori.

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